Si può! Prezzi bassi senza rinunciare alla comodità del distributore sotto casa.
E' la premessa e, al tempo stesso, uno degli obiettivi principali che animano l'iniziativa "Libera la benzina!" ed il progetto di legge di riforma della distribuzione carburanti.
Il senso, in poche parole, è quello di adottare delle regole generali che consentano agli automobilisti di trovare su tutti i 25.000 impianti della rete italiana di distribuzione carburanti, quei prezzi bassi che, attualmente, possono essere praticati solo dagli impianti di qualche ipermercato e da quei distributori che, nel linguaggio comune, vengono definiti "pompe bianche", non esponendo i marchi più conosciuti delle principali compagnie petroliefere.
Da qualche anno, infatti, sempre più spesso viene preso in esame il cosiddetto fenomeno delle "pompe bianche" o distributori "no logo", a causa dei loro prezzi dei carburanti, spesso sensibilmente più favorevoli di quelli praticati sugli impianti tradizionali, "colorati" dalle compagnie petroliefere più note.
Una differenza di prezzo che varia, grosso modo, tra i 6 e gli 11 centesimi di euro al litro.
Il punto, però, è che il numero delle "pompe bianche", sommato a quello degli impianti aperti da alcuni ipermercati, si aggira intorno alle 2.000 unità: abbondantemente meno del 10% della rete.
Ne consegue che la stragrande maggioranza dei cittadini del nostro Paese non hanno, nelle loro vicinanze, nessuno di questi impianti o comunque dovrebbero percorrere decine di chilometri per raggiungerli, vanificando, con il consumo maggiore, il risparmio atteso.
In molti, in questi anni, si sono chiesti cosa fare per poter aumentare il numero delle pompe bianche.
E persino l'Antritust ha recentemente avviato una Indagine conoscitiva con la quale, tra l'altro, fare luce su questo fenomeno, chiedendosi se ad un eventuale aumento delle pompe bianche, si sarebbe riscontrato un loro minore impatto competitivo, in altre parole prezzi meno convenienti.
Ma la domanda rimane quella: come fanno le pompe bianche a praticare prezzi tanto più bassi degli impianti tradizionali?
E, soprattutto, di conseguenza, se c'è un modo di avere prezzi più bassi, al momento, solo su pochi distributori, perché non estenderlo a tutta la rete, a beneficio di tutti i consumatori?
La risposta alla prima domanda, in realtà, è molto più semplice di quel che potrebbe sembrare ed è esemplificata nelle schede che seguono, la prima per la benzina, la seconda per il gasolio.
Si tratta di analizzare quanto accaduto, a puro titolo di esempio, nella giornata del 15 aprile 2011, utilizzando dati e rilevazioni medi resi pubblici ed estrapolati dagli organi d'informazione del settore.
clicca sull'immagine per ingrandirla
clicca sull'immagine per ingrandirla
I numeri parlano chiaramente.
Ciò nonostante, a volte, qualcuno si avventura a rispondere alla prima delle due domande che sopra si ponevano, usando un po' di fantasia.
Dipende dal fatto -dicono ad esempio- che questi impianti vendono molto e quindi ottengono un prezzo di acquisto unitario migliore. Ma dimenticano che è vero esattamente il contrario: vendono molto più degli altri proprio perché ottengono un prezzo di acquisto particolarmente favorevole e possono "investire" un parte -e solo una parte- del loro maggiore "margine", negli sconti che siamo abituati a vedere molto pubblicizzati.
Dalle schede appena illustrate appaiono evidenti alcune verità che ribaltano quelle tesi che finora sono state largamente accreditate come certe.
• Non è vero che i carburanti costano tanto perché esiste la figura del Gestore. Di fatto il Gestore "costa" al "sistema" meno della metà -4 centesimi scarsi contro i 7/9 dei titolari delle pompe bianche- degli operatori ritenuti i più efficienti. E questo pur continuando a garantire, a differenza degli altri, servizio e assistenza al singolo automobilista, oltreché capillarità, presidio del territorio e occupazione alla collettività e al Paese.
• Non è vero, quindi, che per abbassere i prezzi dei carburanti sia necessario "educare" -e, se non fosse sufficiente, "costringere"- i consumatori a servirsi da soli, attraverso una "selfizzazione" forzata della rete di distribuzione: in altre parole, macchinette self service aperte giorno e notte. C'è da giurare, a giudicare da quale enfasi mettano petrolieri e qualche politico fidato per sostenere una tale tesi, che qualcuno di loro stia già assaporando il miele dei maggiori introiti ricavati dall'abbattimento dei costi di esercizio. Ma chi metterebbe la propria mano sul fuoco, scommettendo che, a cosa fatte, di quel risparmio i petrolieri ne farebbero beneficiare i consumatori?
• E' vero, al contrario, che già oggi, subito, sarebbe possibile avere prezzi più bassi, del tutto simili a quelli praticati dalle pompe bianche e dagli impianti nei pressi di alcuni ipermercati, su tutta la rete, anche al distributore sotto casa, se solo i Gestori degli impianti tradizionali potessero acquistare i carburanti che rivendono agli automobilisti, alle medesime condizioni favorevoli riservate alle stesse pompe bianche: 1,187 €/lt invece di 1,282 €/lt per la benzina; 1,071 €/lt invece di 1,209 €/lt per il gasolio.
C'è da chiedersi, a questo punto, perché ciò non avvenga.
La risposta sta nel fatto che mentre le pompe bianche e i supermercati acquistano i carburanti sul "libero mercato" dal produttore -sempre, direttamente o indirettamente, una compagnia petrolifera- che offre loro le condizioni migliori, ai Gestori è imposto il vincolo della fornitura in esclusiva. Possono, cioè, rifornirsi esclusivamente dalla compagnia che espone il marchio dell'impianto (di cui spesso è anche proprietaria) alle condizioni imposte unilateralmente dalla stessa compagnia che, in assenza di concorrenti, fissa il prezzo che ritiene migliore per se stessa.
E più è costretta ad abbassare i prezzi per vincere la concorrenza delle altre compagnie per poter vendere i carburanti alle pompe bianche, più alza i prezzi degli impianti tradizionali, dove vende il prodotto al Gestore in regime di esclusiva.
Ecco spiegato il perché la proposta di legge legata all'iniziativa "Libera la benzina!" contiene una norma che vieta alle compagnie petroliefere di imporre unilateralmente ai gestori un vincolo alla fornitura in esclusiva dei carburanti -unico prodotto in tutta Europa a conservare tale prerogativa- mettendo le premesse per rimuovere quella vera e propria stortura del mercato che impedisce di vendere benzina e gasolio ai prezzi più bassi possibile su tutta la rete, senza le discriminazioni attualmente praticate ai danni dei consumatori e dei Gestori stessi.
Un'ultima considerazione -ma non meno rilevante- emerge dalla lettura delle schede sopra riportate.
Come è spiegato nella sezione del sito "Come si compone il prezzo", il "margine industriale lordo" -cioé quella componente che contiene la parte del prezzo che le compagnie riservano a se stesse- è l'unico elemento che, nelle analisi rese pubbliche anche dal Ministero dello sviluppo economico, viene calcolata per differenza rispetto ad altri dati considerati certi: il prezzo al pubblico medio, il peso dell'IVA e dell'accisa, il costo del "prodotto finito" sulla base della quotazione Platt's.
Ebbene, il valore del "margine industriale lordo", nel corso dei primi 4 mesi scarsi dell'anno, è stato pari a 15 centesimi di euro, sia per la benzina che per il gasolio.
In particolare, all'11 aprile scorso, era fissato in 15,6 cent per la benzina e 15,0 cent per il gasolio.
Ma allora, visto che lo "sconto" riservato alle pompe bianche sul "libero mercato", il giorno 15 aprile, è stato di 15,3 cent per la benzina e di 17,6 cent per il gasolio, ci sarebbe da ritenere che le compagnie petrolifere vendono la benzina al prezzo di costo e addirittura in perdita -"sotto costo" di oltre 2,5 cent- il gasolio.
E' credibile che i petrolieri possano non guadagnarci e addirittura rimetterci?
E, di più, possono continuare, a questo punto, ad essere ritenuti credibili ed affidabili i dati resi pubblici dallo stesso Ministero che sono alla base di tutte le analisi del settore e della stessa Commissione ministeriale incaricata di "osservare" l'anadamento dei prezzi dei carburanti in Italia?
In altri termini, sono credibili ed affidabili quei dati che consentono di affermare che la "marginalità" dell'industria petrolifera italiana è del tutto simile a quella europea? O, ancora, che consente all'industria petroliefera italiana di "dimostrare" la propria correttezza quando qualcuno pone la questione della doppia velocità di adeguamento del prezzo (rapida e precisa in salita, lenta e approssimata in discesa)?
Il maggiore indiziato di scarsa affidabilità, come abbiamo già visto nella sezione "Come si compone il prezzo", è proprio la quotazione internazionale Platt's che finora è stata assunta come certa, ma che risponde ad un valore puramente indicativo, semplicemente virtuale e non legato ad alcuna contrattazione che avvenga concretamente in una Borsa ufficiale o in mercato all'ingrosso (l'una e l'ìaltro che non esistono se non all'interno del progetto di legge "Libera la benzina!").
Ma è del tutto chiaro che, se si volesse finalmente aprire gli occhi e guardare in faccia l'inaffidabilità della quotazione Platt's, anche il "margine dei petrolieri", calcolato per differenza, assumerebbe diversi contorni. E valori.
I grafici che seguono dimostrano come l'andamento registrato dall'inizio dell'anno confermi, quando non enfatizzi, la situazione del 15 aprile scorso e raffigurata nell'esempio precedente.









